Adozione: un difficile equilibrio tra trauma e opportunità genitoriale

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Adozione: curare una cicatrice.

 

“Sono da solo su una barca senza remi, di notte, su un lago. La barca si muove, mossa dalla corrente. Vedo avvicinarsi un molo. Sul molo stanno due persone. Ad un certo punto, dietro di me sulla barca compaiono i miei genitori adottivi, che mi dicono che le due persone sul molo sono mia madre e mio padre naturali. Mia madre è sporca e lacera, mi guarda con disprezzo e gira la testa dall’altra parte. Mio padre è ubriaco, rutta e ride. Mi prende una grande angoscia. Supplico i miei genitori adottivi di portarmi via da lì. Subito.”

 

Questo è il sogno di un ragazzo di 17 anni, adottivo, in psicoanalisi da lungo tempo con me. Il sogno racconta del suo incontro col suo trauma originario, con la rappresentazione di quel buco esperienziale fatto di abbandono e disprezzo che – come in tutti i figli adottivi – è la cicatrice che testimonia un senso di angoscia perpetuo.

 

Il sogno ha un’ atmosfera quasi dantesca, come un viaggio agli inferi della mente. I genitori adottivi sono come Virgilio per Dante e – nel transfert – rappresentano l’analista, in un viaggio che non può che essere temporaneo, appena sufficiente a vedere e riconoscere quell’orrore per poi tornare alla luce del giorno e delle cose familiari e conosciute.

 

La valutazione dei potenziali genitori adottivi dovrebbe essere fatta con accuratezza e rigore, perché quel figlio – che scelgono di avere – deve essere sostenuto e protetto da una ferita profonda che non si cancella mai del tutto, e che racconta del trauma virtualmente più essenziale che l’essere umano possa sperimentare: quello dell’abbandono primario, dell’essere nella mente dei genitori naturali come un oggetto fecale di cui ci si sbarazza con disgusto.

 

Le norme di legge, con le tecnicalità che ne derivano e di cui gli operatori sono i portatori, dovrebbero articolarsi secondo questi principi, valutando la capacità di accoglienza e di contenimento di un portato traumatico così estremo. Questa capacità attiene alla maturazione emotiva degli individui, alla tridimensionalità della mente di chi sceglie di essere genitore, alla confidenza col dolore e alla fiducia nella capacità degli esseri umani di riparare i danni in modo umile e tenace, con quella qualità che chiamiamo resilienza. Una capacità che è opposta – per usare le immagini del sogno del mio paziente – ad ogni risata denigratoria, a qualsiasi rutto mentale, a qualsiasi evacuazione affettiva o sguardo distolto.

 

Si tratta di una capacità naturale dell’essere umano – sebbene siano umani e naturali anche i suoi pervertimenti, visto che siamo naturalmente difettosi – che prescinde dal genere, dagli orientamenti sessuali e dalla Weltanschauung di quel soggetto nel suo contesto. E’ una capacità pre-ideologica, pre-culturale, semmai fondante le culture e i patti sociali, che si appoggia su un a-priori mentale specie-specifico: siamo bocca che attende seno che nutre, siamo corpo fragile in attesa di braccia che ci cingano, mente in attesa di un’altra mente che ci contenga.

 

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